Combatto lo spaccio ma credo nel riscatto dei miei arrestati

Quando prendo qualcuno penso: questo è già debole di suo, inutile infierireLa sfida di Langè, poliziotto antidroga

A vederlo così, in maglietta e bermuda, in sella a una Vespa 125 un po’ malandata, non diresti che è il poliziotto italiano più conosciuto nella lotta alla droga. Angelo Langé viene da Seriate e fa parte della VI Sezione squadra Mobile antidroga di Milano.

La sua famiglia, due sorelle e un fratello che fa il vigile del fuoco, abita a Celadina. Lui li va a trovare quando può. E dice: «Quando sono qui, amo camminare con mio nipote e la sua bambina lungo una stradina che porta da casa nostra all’Oratorio, sullo sfondo, Celadina Alta: una volta ci viveva anche gente malavitosa…».

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Langé, lei ha aderito a «Tiradritto».«Sì, è un incontro di strada pensato dal giornalista Paolo Berizzi portato nei fortini dello spaccio. A Bergamo verremo in Malpensata. Non abbiamo formule magiche da comunicare, vogliamo solo far aprire gli occhi. Poi tornerò con l’attore Alberto Bonacina nelle scuole con la nostra lettura scenica tratta dal libro “Tiratori scelti” di Emanuele Bianco e dal mio. Due mesi fa, ho incontrato i detenuti del carcere di via Gleno. È stata un’esperienza indimenticabile».

Ci parli di Bergamo nella sua vita.«Nasco a Seriate nel 1967. Frequento le scuole a Celadina. In 5^ elementare, la maestra ci fa leggere “Alice: i giorni della droga”, il diario di una tredicenne eroinomane. In quegli anni l’allarme sociale è l’eroina. Leggo il libro e sotto casa vedo la triste rappresentazione di quel rito autodistruttivo».In che senso?«Vedo i ragazzi del quartiere che si fanno dietro una macchina. C’é uno di loro che, quando va in crisi, picchia la madre, sento le urla, arriva l’ambulanza, la sirena mi lacera i timpani. Quelle scene mi segnano profondamente e mi invogliano a fare ciò che farò nella vita. Per questo, dico spesso agli insegnanti: parlate a scuola della droga, dei suoi effetti devastanti. Spesso anzi è un forte deterrente all’uso».

Torniamo a lei.«Frequento il liceo artistico Torquato Tasso e lì mi scopro ammalato di graffiti, un hobby che continuo a coltivare ancora oggi. Quando mi presento alla visita di leva, servizio alternativo, mi chiedono se gioco a pallone. Sono ala destra del Celadina, ma dichiaro che gioco nel Gorle. Fa più figo. Mi prendono. Alle selezioni ci sono una trentina di bergamaschi, almeno la metà, oggi, sono poliziotti».

Ci parli dei suoi metodi di lavoro.«Quando prendo qualcuno penso: questo è già debole di suo, inutile infierire. Mi piace instaurare il dialogo con i fermati. Parliamo di tutto e cerco di comunicare che si può trovare il modo per riscattarsi. Non offendo, non altero la situazione. Aiuto a constatare la realtà delle cose. La mia onestà è apprezzata. E spesso viene ricambiata con confessioni piene.

Talvolta nasce anche un po’ di complicità. Guardi: una ragazza che ho arrestato anni fa oggi mi scrive che vorrebbe ospitarmi su uno yacht con i suoi amici che fumano solo sigarette. Per me questi sono segnali impagabili».La proverbiale schiettezza bergamasca paga…«Sì, credo di essere diretto e semplice. E non giudico mai. Di bergamasco ho anche la testardaggine. Nel mio lavoro non sempre è un difetto».

Ha un’idea del fenomeno droga a Bergamo?«Credo che rispetto a Milano, sia meno appalesato, a parte i vecchi eroinomani della stazione che li riconosci lontano un chilometro. Qui credo che vi siano tanti italiani che “smazzano” tra di loro. E penso che vi sia gente che tira. Bergamo è una città che sta bene: non posso credere che non giri la coca».

Mai testimone di un episodio legato alla droga da queste parti?«Una mattina, sono le 6 meno un quarto. Sono in stazione. C’é un arabo, età apparente 25 anni che parla con due addetti alle macchinette. Dice: io vado a dormire adesso e mi alzo alle 4 del pomeriggio. Sapete, lavoro con i grammi, se no non campo. Mi dico: questo vende eroina, magari dorme in qualche baracca. Sta fuori per soddisfare le richieste. Se operassi qui, lo pedinerei per giorni, segnerei i ritmi della sua vita, i suoi incontri».

Le piacerebbe finire la sua carriera a Bergamo?«Ogni tanto ci penso. Mi piacerebbe tramandare i miei metodi ai giovani poliziotti che mi fa incontrare un collega della “pattuglia piedata” di Città Alta».A Milano, che cosa le manca di più della sua terra?              «I casoncelli e la polenta taragna»

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